Dei Tarocchi si sa molto poco, nonostante in questi ultimi anni se ne parli sempre più spesso. Ciò che i media ci offrono a riguardo si limita per la stragrande maggioranza dei casi ad una critica sull’uso che se ne fa in modo molto poco costruttivo: questo sembra comportare un giudizio negativo anche sul Tarocco “in sé”. Ma come ogni strumento – proprio per il fatto che è uno strumento, e quindi qualcosa che si può utilizzare per perseguire un fine – i Tarocchi di per sé sono neutri. Come ogni strumento acquista o perde di valore a seconda del risultato che ne consegue, anche i Tarocchi con il tempo hanno subito questo.
Il fatto che siano sempre stati uno strumento, lo si può intendere dalla loro storia. Soffermandoci molto brevemente sulle loro origini, di essi poco si conosce – e forse perché il giudizio su una cosa di per sé tende a selezionare la storia e a seppellire alcuni elementi, alcune volte per sempre. Secondo alcuni studi, sembra che abbiano origini egiziane, identificate nelle tavole del Libro di Thot. Altre ricerche portano all’invasione araba nel sud-Italia (Tarocco deriverebbe dalla buccia ruvida delle omonime arancie, che la superficie delle prime carte ricordava).La storia della loro origine tuttavia poco può aiutare nella ricerca sui Tarocchi come strumento. Vedere l’uso particolare che se ne faceva in passato, può venirci incontro.
Giunte in Italia nel 1400 tramite una stampa di origine marsigliese, gli Arcani Maggiori furono adottati dai Visconti e dagli Sforza. Sembra esistessero altri mazzi precedenti, tuttavia queste due casate contribuirono alla loro diffusione, reinterpretando gli Arcani attraverso il lavoro di alcuni artisti. A cosa servivano? Certo, erano usate come carte da gioco. Il “Tarocco” effettivamente era un gioco. Ma il loro valore non si limitava solo a questo. La serie degli Arcani Maggiori, che va dal Matto al Mondo, non era arrivata e non è stata poi trasmessa a caso: ognuna delle figure corrisponde ad un archetipo ben preciso nella vita di ogni essere umano. Si va dal Matto, l’energia vitale iniziale, passando per esempio dall’Imperatrice, la giovinezza, all’Imperatore, il padre, alle regole morali del Papa, fino al Giudizio e al Mondo come autorealizzazione. I Tarocchi sono nati e sono stati utilizzati a scopo educativo oltre che ludico; erano largamente impiegati come propedeutica ai giovani, in cui potevano riconoscere in questi archetipi le figure di chi stava attorno a loro, potevano da essi imparare i valori e confrontare le varie fasi della vita.
Ovviamente il sistema non era ragionato in questi termini. Bisogna arrivare al ’900 perché il termine “archetipo” venga ufficializzato nella psicanalisi da Carl G. Jung, nonostante l’etimologia della parola risalga al greco con il significato di “modello originale”. Che cos’è quindi un archetipo? Secondo Jung, ogni persona appartenente ad una comunità interiorizza delle informazioni che creano un inconscio collettivo, diversamente dall’inconscio personale che si forma con l’esperienza personale. Queste informazioni che noi traiamo vengono rappresentate in modo specifico all’interno di ogni individuo, e queste figure sono chiamate archetipi. Per esempio, l’archetipo femminile all’interno dell’uomo, il Sé come risultato della formazione individuale, etc.
Al di là delle pratiche divinatorie tanto criticate che possono considerare i Tarocchi come loro strumento (nel bene e nel male, ma non è questo su cui voglio soffermarmi), intrise di magia negativa, falsità e speculazione economiche, nonché di ansia verso il nostro futuro e del nostro umano e mal canalizzato bisogno di avere una “dritta” sul da farsi; credo che esista anche un altro valore, che è quello dell’introspezione psicologica per un’autoconoscenza attraverso lo studio soggettivo di questi archetipi. Questo metodo è stato adottato da Alejandro
Jodorowsky, che oltre ad essere un esoterista, personalmente lo considero psicologo e filosofo. Staccandosi dall’aspetto puramente divinatorio – nonostante questo non venga mai banalizzato – Jodorowsky sembra ridare una dimensione spirituale e soggettiva ai Tarocchi, non allontanando l’uomo dal suo futuro come se fosse qualcosa che si possa analizzare separato dall’uomo stesso, ma riconciliando un consultante con la sua vita attuale e l’introspezione. Introspazione che tanto ci è sembrata venir a meno con le pratiche prima citate, nelle quali il futuro viene offerto senza sforzo di partecipazione su un piatto d’argento. Questo apre le porte ad una riflessione fondamentale nella mia interpretazione, ovvero al rapporto tra la persona e il Tarocco come archetipo – e quindi immagine. Vale la pena di approfondire questo aspetto.
L’immagine non è coincidente con l’illustrazione: sono due cose ben diverse. L’immagine è qualcosa di meno, e qualcosa di più dell’illustrazione. Quando guardiamo un’illustrazione, ciò che vediamo non si limita ad essa: è tramutata in immagine, ovvero in ciò che noi vogliamo vedere. Nell’immagine quindi, il significato proprio dell’illustrazione sembra occultarsi parzialmente per lasciare spazio a noi stessi, a ciò che siamo.
Un esempio può essere tratto da un’opera di S. Sontag. Durante i combattimenti tra serbi e croati nelle guerre nei Balcani, scrive la Sontag, le foto dei bambini morti nel bombardamento di un villaggio venivano utilizzate sia nella propaganda serba che in quella croata. Accompagnata da una didascalia, la foto non metteva in evidenza il dove, quando e chi effettivamente ritraeva, ma veniva utilizzata a piacimento da entrambi le parti. La didascalia a questo punto ritengo fosse superflua: nel momento in cui croati e serbi guardavano la foto, scattava comunque la repulsione verso l’avversario, verso il “nemico”. Queste persone già sapevano cosa avrebbero visto, cosa volevano vedere. Già portavano quindi dentro di sé il giudizio “nemico”, che determinava l’identità della foto, che a questo punto diventava immagine. Tutto ciò che si crede di vedere quindi, sta dentro di noi, lo vediamo perchè lo conosciamo già. Se una fidanzata è gelosa di un ragazzo tuttavia fedele, è perché ha avuto modo di conoscere l’infedeltà, o perché lei stessa la porta dentro di sé. Al contrario, chi non ha mai conosciuto l’infedeltà tenderà a non essere geloso. Il principio del sapere prestabilito che crea l’immagine vige anche qui: il ragazzo non è più tale, ma si fa immagine come “fidanzato” o “possibile traditore”.
Ora, nel momento in cui ci troviamo di fronte all’arcano della Papessa, pur conoscendone il significato di base, noi riflettiamo. Allo stesso modo di uno specchio, la Papessa rifletterà la madre severa, delle regoli che non si vogliono accettare, la nostra stessa severità di giudizio, etc. Insomma, la nostra stessa situazione. Questo, all’interno di un rapporto di dialogo con il cartomante – che non è un mago, ma una persona che accompagna il consultante in un percorso di autoconoscenza – oppure attraverso un dialogo intimo e sincero con noi stessi, che però è più difficile. Io vedo questo nella carta; ma la carta non è altro che uno specchio, dato il fatto che ciò che vediamo, lo vediamo attraverso quel filtro che è la nostra formazione, la nostra educazione, la nostra esperienza. Io, quindi, come dovrei trovare l’occasione di vedere ciò che io sono riflesso nel giudizio di una foto o delle altre persone, così ho modo di studiare la mia psicologia attraverso la Papessa. Perché io sto vedendo questo? Quale mio Io sta vedendo questo?
Qui sorge una domanda più che lecita: perché se questo aspetto lo portiamo già dentro di noi, non riusciamo a vederlo? Allora – i Tarocchi sono solamente inutili, sono in qualche modo banalmente tautologici? In realtà non è così semplice. Quante volte ci viene dato un consiglio da una terza persona, che noi siamo più propensi a seguire rispetto a ciò che sentiamo? Il consiglio non viene mai inteso, tuttavia, alla pari del suo mittente, ma viene sempre “interpretato” da colui che sta ad ascoltare. Purtroppo, per una nostra insicurezza che negli ultimi tempi noto stia andando in crescendo, abbiamo bisogno di oggettivizzare una situazione interna prima di rendercene conto. Significa quindi che ciò che noi sappiamo, per avere un qualche effetto “shock” su di noi, deve in apparenza esserci dato dall’esterno; abbiamo bisogno per giudicare e scegliere di dividere l’Io dall’Altro, e di ricondurre questa dicotomia all’unità dell’Io che sperimenta attraverso l’Altro grazie all’interpretazione, e quindi alla personalizzazione. Ora, il supporto cartaceo dei Tarocchi, visto in quest’ottica non sembra far altro che assolvere la funzione del trasferimento della nostra immagine per l’oggettivizzazione e il ritorno all’Io. Un micro-auto-inganno, se vogliamo. Ma se razionalizzato, di grande aiuto.
I Tarocchi non danno certo in questo caso la previsione di un futuro certo, inevitabile e immutabile, ma una possibilità di sviluppo della situazione attuale del consultante. Un percorso che la nostra Volontà già ha in programma. Non essendo costantemente autopresenti accompagnando la Volontà dal suo percorso una volta “emessa”, molte volte essa si canalizza senza il nostro controllo, portando a risultati inaspettati e molte volte – devastanti. La presa di coscienza del percorso sul quale la nostra Volontà sta agendo, attraverso lo specchio fornito dallo strumento-Tarocco, può così portaci ad un’autoconoscenza. La conoscenza di ciò che sta dentro di noi, e che senza supporti di trasferimento (dei quali i Tarocchi sono solo uno degli esempi), fatichiamo a riconoscere.
Non me ne vogliano a male le persone che usano i Tarocchi come strumento divinatorio. Anch’io nella mia esperienza l’ho fatto e ancora lo faccio qualche volta. Ma prima di inoltrarsi su questo percorso, sul quale molte volte ci si illude e che deve esser preso con estrema delicatezza e consapevolezza, è utile a mio avviso tastare un terreno più fertile, e tuttavia non più facile. I Tarocchi sono una fonte preziosa per chi vuole intraprendere un cammino di autoconoscenza.